21 January 2016 ~ 0 Comments

composizione delle coalizioni hanno riguardato

valid drivers licenseche dall’esperienza partitica pura. Ciò non sorprende, visto il declino e la diminuzione degli apparati di partito, ma lascia pensare
che, in prospettiva, la carriera preparlamentare possa essere più flessibile e i legami partitici rimanere relativamente deboli. D’altronde, il fenomeno della fluidità parlamentare – la tendenza a cambiare formazione da parte di alcuni eletti -, emerso soprattutto negli anni dell’atomizzazione dei partiti, non è certo scomparso, come mostrano le fuoriuscite dai gruppi parlamentari appena formatisi di futuro e libertà nel 2010, e la successiva riconquista da parte del Pdl di una serie di parlamentari (tra i quali il famoso onorevole Scilipoti, proveniente addirittura dal partito dell’Italia dei valori). E evidente dunque la persistente difficoltà delle formazioni politiche a tenere disciplinato il proprio personale elettivo all’interno delle istituzioni e controllarne la lealtà.
Il secondo elemento da notare è la polarizzazione, rispetto ai caratteri socio-occupazionali, delle due coalizioni, che ripropone la tendenza dell’elettorato italiano a dividersi lungo la linea di frattura tra settore privato e impiego pubblico. Il primo è infatti molto più nettamente rappresentato dal centro- destra, che tende ad eleggere un numero elevato di parlamentari provenienti dalle filiere dell’impresa, del management e delle libere professioni. Il settore pubblico è invece territorio privilegiato del centro-sinistra, che non a caso elegge un numero maggiore di funzionari pubblici, insegnanti e docenti universitari.
Infine, un elevato numero di politici si mostra oggi disponibile a lasciare gli scranni parlamentari se ha la possibilità di ricoprire cariche ritenute eviden¬temente più importanti ed influenti. L’aumento del turnover parlamentare (cfr. supra tab. 4.2) durante le legislature della Seconda Repubblica può essere collegato all’attrattività di altre cariche come quella di sindaco delle grandi città (cfr. cap. 7) e in generale ai cambiamenti indotti da fenomeni di «devoluzione» e di sviluppo della governance multilivello. Molti rappre¬sentanti, in sostanza, preferiscono «scendere» al livello della politica locale, o «salire» a quello della politica europea, per trovare nuovi stimoli e nuove opportunità. Il parlamento nazionale non rappresenta più l’unica arena dove mettere alla prova le ambizioni di carriera degli aspiranti leader politici, ma non dobbiamo neanche pensare che questo sia un segnale di declino del ruolo di parlamentare nazionale. D’altra parte, coloro che ambiscono a una lunga carriera parlamentare sono ancora l’espressione più elevata della «classe po¬litica», se non altro perché vivono di politica, secondo la vecchia espressione weberiana. Nonostante le polemiche sui costi della politica e le pressioni per ridurli, i benefici dei parlamentari, di cui il salario, agganciato ai livelli della categoria più elevata della magistratura, costituisce solo una parte, sono ancora piuttosto significativi .
Guardando più in generale al modo in cui i parlamentari rappresentano i gruppi e il sistema di interessi presente in Italia, si può dire che il modello istituzionalizzatosi negli anni del consolidamento democratico Moriino 1991 non sia stato cancellato dai cambiamenti politici recenti. Piuttosto, è avvenuto un ampio adattamento, anche dovuto alla perdita di capacità dei partiti di articolare tali interessi. Il caso più rilevante di evoluzione riguarda natural¬mente il rapporto con la chiesa cattolica, che dopo quarant’anni di relazione «esclusiva» con la De si è trovata rappresentata nei suoi valori e (in parte) nel proprio disegno politico sia dal centro-destra che dalla parte moderata della coalizione di centro-sinistra. Certamente, anche altri forti legami di un tempo, quello tra il Pei e la parte massimalista del sindacato confederale (la Cgil) o, sull’altro lato, quello tra i partiti liberali e le associazioni di impresa, sono oggi meno visibili, sia per la maggiore frammentazione dei gruppi da rappresentare che in virtù di una depolarizzazione che ha sostanzialmente avvicinato le posizioni dei partiti.
■ CONCLUSIONE. UN CONTINUO ADATTAMENTO
In questo capitolo abbiamo brevemente passato in rassegna l’eredità storica e le problematiche di un’istituzione che ha sempre ottenuto l’attenzione di osservatori e studiosi. Per decenni si è discusso della centralità del parlamento italiano e dell’istituzionalizzazione di un organo legislativo «nuovo», che doveva sostituire quel parlamento monarchico che non poche responsabilità aveva avuto nella crisi dello stato liberale. L’istituzione nata nel 1948 era certo ben dotata sul piano dei poteri formali, ma anche complessa e caratterizzata da una grande frammentazione interna. Giunta improvvisa la crisi del 1992, il parlamento si è ritrovato nell’occhio del ciclone: sebbene lo scandalo di Tangentopoli abbia coinvolto l’intera élite politica e in qualche misura tutta la classe dirigente italiana, è stato il parlamento a pagare il prezzo più alto, con oltre la metà dei suoi membri di allora coinvolti nelle inchieste sui finanziamenti illeciti della politica. Negli anni seguenti come rimodellare la democrazia parlamentare in Italia ha costituito un tema ricorrente. Per molti l’idea di fondo era di ripartire da una base istituzionale significativamente diversa, dopo l’impatto distruttivo della crisi. In questo quadro il parlamento doveva trovare un nuovo ruolo. In realtà, tuttavia, a quindici anni dalla crisi politica della Prima Repubblica molti di questi punti interrogativi sono ancora in piedi. Alcuni cambiamenti sono avvenuti (includendo anche quelli, signifi¬cativi, occorsi durante l’ultimo decennio del precedente regime democratico), ma, nel complesso, essi sembrano rappresentare un ulteriore aspetto di quel percorso di adattamento che abbiamo visto iniziare nel 1948. Alla fine, dun- invidiabili: la liquidazione è pari per esempio all’80% dell’importo mensile dell’indennità per ogni anno di mandato e si ottiene versando appena il 6,7% dell’indennità stessa. La pensione, che si ottiene versando l’8,6% dell’indennità mensile, ha un importo che varia, a seconda del numero di anni di servizio, dal 25 all’80% dell’indennità stessa. 
que, molti cambiamenti, che nell’immediato sembravano suggerire una chiara discontinuità, si sono rivelati di natura incrementale, orientati a sedimentare delle «buone pratiche» ma senza mai sconvolgere il quadro normativo di sfondo. La vicenda del ruolo del parlamento nel processo di bilancio è sotto questo aspetto emblematica.
In passato molti osservatori concordavano sul potente ruolo del parlamento italiano, che è stato definito un organo legislativo di trasformazione, un’assem-blea consensuale o un parlamento capace di influenzare significativamente il policy making. sito Queste definizioni sembrano ancora difendibili, sebbene l’influenza complessiva del legislativo italiano sia cambiata in modo evidente, come mostrano gli indicatori sul declino dell’alluvione legislativa, i mutamenti nelle strategie dei legislatori e il diverso rapporto con l’esecutivo. L’immagine di un’istituzione profondamente adattabile è insomma ancora quella che cattura al meglio le caratteristiche del parlamento italiano.
Più in generale, la pratica delle attuali funzioni parlamentari sembra darci un quadro non proprio lineare. La richiesta di un modello «awersariale» nel rapporto maggioranza-opposizione, suggerita nei commenti degli anni ’90, si è trasformata in un gioco complesso: il parlamento italiano è pertanto diventato un modello ibrido (come del resto gran parte dei parlamenti dei paesi europei), capace di mescolare elementi consensuali e maggioritari. Forse la lettura «rivoluzionaria» del cambiamento, sulla scorta di novità rile¬vanti, come i nuovi sistemi elettorali, il bipolarismo e i nuovi partiti, che tuttavia toccano solo in parte lo svolgimento della vita istituzionale, era eccessiva. Ma non dobbiamo neanche sottovalutare i segnali interessanti che emergono dal cambiamento incrementale del parlamento italiano. Segnali che vanno valutati anche in considerazione del fatto che altre istituzioni stanno mutando assieme all’organo legislativo, influenzando la natura e il funzionamento di una serie di sottosistemi. Da un lato, naturalmente, abbiamo il governo e il suo core executive. Dall’altro, l’emergere di una serie di fora e istituzioni che incidono su una nuova più estesa governance-. le regioni, l’Unione Europea e le autorità indipendenti, che costituiscono oggi interlocutori autorevoli del parlamento, ma anche i nuovi movimenti, gli interessi organizzati e gli stessi media, che aumentano il proprio impatto su molti processi decisionali.
PAROLE CHIAVE
• Bicameralismo (simmetrico, ridondante)
• Commissioni parlamentari permanenti
• Controllo parlamentare
• Delega legislativa
• Gruppi parlamentari
• Legge comunitaria
• Legge finanziaria 
PER SAPERNE DI PIÙ
DI PALMA, G. 1978, Sopravvivere senza governare. I partiti nel parlamento italiano, Bologna, Il Mulino. Un classico lavoro sul consensualismo parlamentare della Prima Repubblica, dedicato ai rapporti tra i partiti nella produzione legislativa.
COTTA, M. 1979, Classe politica e parlamento in Italia, 1946-1976, Bologna, Il Mulino. L’identikit del ceto parlamentare nella Prima Repubblica e i modelli di reclutamento politico di De e Pei. CAPANO, G. e M. GIULIANI (a cura di) 2001, Parlamento e processo legislativo in Italia, Bologna, Il Mulino. Un volume di ricerche sulla produzione legislativa tra Prima e Seconda Repubblica.
DE MICHELI, C. e L. VERZICHELLI 2004, Il Parlamento, Bologna, Il Mulino. Analisi complessiva dell’istituzione parlamento alla luce di alcuni mutamenti recenti.
VERZICHELLI, L. 2010, Vivere dipolitica. Come (non) cambiano le carriere politiche in Italia, Bologna, Il Mulino. Una disamina in prospettiva storica dei modelli di carriera nel nostro sistema politico. 

Regioni e governo locale.
Un lungo viaggio verso il federalismo?
■ SINTESI
In questo capitolo ci occupiamo delle istituzioni e dei processi di go¬verno al livello substatale. Questo aspetto del sistema politico ha co¬stituito in Italia una preoccupazione ricorrente, sia pure per ragioni diverse. I padri della patria del Risorgimento avevano il problema di creare un senso di comune identità e rispetto per le istituzioni «nazio¬nali», e questo sembrava implicare la necessità di non sviluppare, o comunque di tenere adeguatamente sotto controllo, le autorità locali. Qualche decennio dopo il regime fascista avrebbe utilizzato la reto¬rica dell’unità nazionale al fine di sviluppare il potere del governo ed evitare il formarsi di conflitti pericolosi per un regime autoritario. I costituenti eletti nel 1946 dovettero poi inventarsi un modello nuovo di rapporti tra centro e periferia che, pur non mettendo in discussione la natura unitaria dello stato, concedesse una maggiore autonomia a una rete di unità amministrative e politiche locali. Questa esigenza condusse a una forma alquanto innovativa e «asimmetrica» di regio¬nalismo. Più di recente, nell’ultimo decennio del XX secolo, la classe politica si è trovata di fronte a nuove sfide e soprattutto a nuove aspet¬tative circa la «devoluzione» dei poteri e delle risorse verso i livelli regionali e locali della politica. Il termine «federalismo», dopo una lunga assenza, è prepotentemente rientrato nel dizionario politico, riscuotendo un certo successo presso l’opinione pubblica italiana. Nuove riforme e nuovi strumenti sono comparsi in rapida successione, e i primi risultati di questo processo di cambiamento sembrano assai rilevanti, anche se nel decennio che va dalla riforma costituzionale del 2001, che riguardava proprio il Titolo V, al percorso di cambiamento delineato durante la XVI legislatura (2008-2013) i segnali sono stati spesso contraddittori. 
Il capitolo non propone una ricostruzione dettagliata delle trasforma¬zioni dei rapporti centro-periferia in Italia, né intende offrire nuove interpretazioni circa le scelte adottate e i ritardi che hanno caratte¬rizzato la concreta applicazione del modello regionale. Più modesta¬mente, intendiamo presentare lo stato dell’arte del lungo viaggio delle nostre istituzioni locali. Un viaggio che non si è certo arrestato, e che quindi dovrà essere oggetto in futuro di nuove analisi, ma di cui forse si può intravedere oggi la destinazione. Vi è una qualche forma di fede¬ralismo, o comunque un modello alternativo di devoluzione del potere politico nell’Italia di oggi? Al fine di rispondere a questa domanda, discuteremo del sistema di governo locale che si è sviluppato in età repubblicana, enfatizzando in particolare la fase cruciale di attuazione delle regioni ordinarie, nel corso degli anni 70. In seguito, analizze¬remo l’attuale configurazione e le prospettive del governo locale e del regionalismo italiano. Particolare attenzione sarà riservata alla com¬plessa interrelazione tra gli attori del governo locale e gli altri livelli della moderna governance, cioè il governo centrale e le istituzioni e le politiche dell’Unione Europea.
1. FRATTURE TERRITORIALI E COMPROMESSI ISTITUZIONALI
potere «centrale» riuscisse a controllare la periferia tramite la formazione di una solida amministrazione, cosa che era awenuta, con dinamiche secolari, nelle varianti britannica o francese di costruzione dello stato Tilly 1975.
Una seconda buona ragione per discutere la natura unitaria dello stato italiano risiede nel fatto che le unità amministrative, in particolare le amministrazioni municipali, potevano contare su una tradizionale identificazione popolare, che fu decisiva in alcuni momenti cruciali della storia del paese. Per esempio, il ruolo delle città, e più in generale delle municipalità, fu rilevante durante il periodo 1919-1921, quando la penetrazione organizzativa dei partiti di massa a livello locale fu un aspetto importante dello sviluppo della crisi poi sfociata nell’avvento del regime fascista.
Dunque, per effetto di vari fattori culturali e storici che

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